Repubbliche Ceca e Slovacchia

A Praga nell’altra vita



Si narra che una principessa slava di nome Libusa, figlia di Krok – discendente del leggendario eroe nazionale dei boemi Samo – e della ninfa degli alberi Niva, fondò la città di Praga su un colle a forma di dorso di delfino.  Ella, per la sua smagliante bellezza, fu oggetto di desiderio di molti principi e regnanti. Altera e mistica, con gli occhi azzurro mare e i lunghi capelli biondi, slanciata e dalle forme armoniose, non si concedeva a nessuno pur trattando tutti con grazia e gentilezza. Con il trascorrere del tempo, le suppliche amorose dei pretendenti si fecero sempre più pressanti sino a quando la principessa promise che avrebbe sposato uno fra loro e, per non offendere alcuno, tutti degni e valorosi,avrebbe fatto scegliere al suo destriero, un magnifico stallone bianco dalla lunga e candida criniera e le focose narici rosse. Il giorno convenuto, tutti i pretendenti si disposero in semicerchio in un’ampia radura verdeggiante dove attesero che il cavallo, come ad una parata, li raggiungesse. Il magnifico animale, pur soffermandosi davanti a ciascuno, non permise ad alcuno di accarezzarlo sino a che non raggiunse un giovane contadino in disparte, di nome Premisyl, che l’accarezzò con mano delicata, ma decisa, lungo il collo nervoso e i flessuosi fianchi con gesto consueto.    Dall’unione tra la principessa e Premisyl discese una stirpe che regnò per secoli sulla Boemia e segnò il passaggio dalla civiltà mistico-matrialcare a quella patrialcare come Libusa stessa,profetessa, aveva predetto.Libusa, inoltre, ammonì i posteri contro il potere bruto ed arbitrario e auspicò il ritorno ai valori della cultura, del talento e dell’arte affinchè il divino trovasse dimora nell’animo degli uomini. Io, nel mio viaggio a Praga, ho conosciuto Libusa. Ella portava al dito un anello a forma di delfino e, spesso, il suo sguardo si perdeva all’orizzonte quasi ammirasse cavalieri d’altri tempi giungere al galoppo. Era dolce e cordiale anche se un velo di mestizia, per attimi, la rapiva lasciando l’interlocutore solo pur in sua presenza.In quegli attimi, nel guardarla,avvertivo in lei un disagio come quello che provai quandovidi il vecchio mulino del “Priore Supremo” a “mala strana”, dove, l’aspetto bellissimo del luogo era reso irreale da un’atmoseva ovattata e silente. Tutto appariva solitario ed immobile sebbene fossero presenti molti turisti e alcuni “marinai” nell’attesa di eseguire escursioni sulle acque di cristallo della Moldava o la sera in cui, con altri, mi recai sullo splendido “Ponte Carlo” brulicante di gente e illuminato dalla luce soffusa dei lampioni.

Quella sera, improvvisamente, alle ore ventitrè circa, mi accorsi che il ponte era deserto. Non mi ero accorto di nulla! Un brivido mi percorse la schiena, Non dissi nulla ma pensai che da un momento all’altro si sarebbe materializzata la carrozza fiammeggiante del monaco che aveva ricevuto in elemosina da una vecchia avara una moneta falsa o anche lo spettro della vecchia stessa con incisa sulla fronte l’effige della moneta oppure il bambino d’oro, lo Jezulakto, accovacciato ai piedi del parapetto o,infine, il “maiale con l’aureola” – creatura fantastica di Kubin.  In quell’atmosfera irreale la mente mi suggeriva che potevano senz’altro materializzarsi anche “I Signori della forca” di Repellino avvolti in neri mantelli dal rovescio scarlatto, con i corpetti di pelle, i calzoni neri e i bassi e morbidi stivali o il teatrino delle marionette con i figli di re, principi e principesse stregate alla presenza di “Ss’astny” il felice, il fausto…Faust che aveva venduto l’anima al diavolo. In quella Praga magica, fantastica e misteriosa, la strana sebsazione affiorava all’improvviso e io l’avvertii anche quando visitai il ghetto ebraico.  Al cimitero, dove centomila resti umani riposano, gli uni sugli altri, frammisti a strati di terreno, mancavano solo gli svolazzanti spettri di bambini avvolti in bianche lenzuola ad uno dei quali Rabbi Low lo aveva strappato via; senza questo sarebbe rimasto sospeso tra il cielo e la terra per l’eternità, costringendolo così a rivelare il motivo per il quale, in quel tempo, a Praga morivano di peste solo i bambini. Fra le lapidi consunte dal tempo e divenute, alcune, un tutt’uno con i tronchi degli alberi di quel luogo, non mi sarei meravigliato scorgere “Golem” la creatura d’argilla cui lo stesso Rabbi aveva donato la vita, ma non l’anima. Golem, così incompleto, come narra la leggenda, vagava tra i vicoli bui e malfamati, le locande puzzolenti e i bordelli in cerca di vittime. C’era una grande intesa tra la giovane e simpatica guida che raccontava e Libusa; quest’ultima, sempre fisicamente presente e sorridente ma psichicamente evanescente come in bilico sulla “soglia” tra presente  e passato, alla narrazione aggiungeva: “Nell’altra vita…nell’altra vita”

                                                                                                                                                           Ninoelle  

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